Critica Letteraria a cura del Prof. A. Jatosti



PREMESSA  Il grande critico Attilio Mamigliano  diceva: “Leggere è scoprire la poesia; perciò la lettura è il principio della critica”.
Il giudizio critico è un’interpretazione – diciamo colta, professionale – del messaggio estetico che ciascun lettore dovrebbe essere in grado di comprendere, al quale l’intellettuale aggiunge ovviamente i propri strumenti conoscitivi e interpretativi. Risultato di quest’operazione è ciò che si chiama esegesi, la quale deve acclarare e predisporre ai lettori tutte le tecniche di cui si è avvalso l’autore e, soprattutto, renderne chiaro, ripeto “chiaro” il contenuto, e riconoscibili lo stile, il lessico, la sintassi ed altro.
Perciò, mentre il prefatore ritiene che il proprio compito sia esclusivamente elogiativo (cogliendo qua e là un verso, un concetto, alcuni stilemi che sono altrettanti dardi al proprio arco), il critico ha ben altre incombenze, che spesso non riescono a renderlo altrettanto elogiativo e simpatico, e se proprio ciò non accade, non può accadere, è perché primo ogni essere cosciente obbedisce (o dovrebbe farlo) ad un codice deontologico; secondo, perché il suo lavoro servirà allo scrittore per progredire ed acquistare migliore consapevolezza dei propri meriti ma anche degli eventuali limiti, che specialmente una neofita amabilmente riconosce di avere.

1. APPROCCIO A “SPICCHI E SPECCHI”
Ogni scritto letterario “deve” comunicare un messaggio (“non si può non comunicare”: è ormai un assioma), un’interpretazione del mondo (proprio e altrui) e della vita (una weltanschauung, dunque) non avulsa da un preciso contesto, da un momento storico, da una realtà sociale e culturale.
L’autrice tenta la via della conoscenza di queste realtà ma, a parer mio, con poca convinzione essendo troppo incentrata e concentrata sul proprio, eterno “ego”, croce e delizia della letteratura d’ogni tempo e luogo. Ella mi appare catturata dal cerchio magico ma pur angusto delle sue relazioni, quasi esclusivamente diadiche, per cui all’ego contrappone sempre o quasi, un “tu”. In questo antinomico procedere, ella indugia a vivisezionare persone, ricordi, progetti ed accadimenti, affondando il bisturi nella ricognizione prima, nell’individuazione poi, del vissuto, dei particolari, dei “se”, dei “forse” che danno vita e sostegno a varie angosce, moti di dentro, nevrosi più o meno consce  della realtà. Questi sono gli “spicchi” attraverso i quali ella ritiene di potersi relazionare con l’altro da sé (persone: il Tu, in primis, e cose) in modo speculare: e questi sono gli specchi. Solo che questi ultimo spesso si comportano da caleidoscopi; ergo, ciò che appare e si vede all’interno del magico cilindro (phainomeno) è soltanto immaginario, solo qualche volta realtà.
E’ per questo che “Spicchi e specchi” va letto non “tutto d’un fiato”, ma un po’ alla volta, senza fretta ed anche con una disposizione d’animo alla curiosità, alla comprensione, alla simpatia  (in rigoroso significato etimologico) che faciliteranno la decodificazione degli stilemi e la comprensione su ambedue i livelli interpretativi: denotativo e connotativo. D’altronde, se vogliamo credere all’estetica michelangiolesca, l’artista, il creativo “già” ha in sé la bellezza dell’opera che dovrà eseguire: deve “soltanto” disvelarla, portarla alla luce. Tecnica che ricorda il metodo di Socrate per “portare alla luce la verità”, cioè la maieutica, che aveva mutuato dalla mamma levatrice.


2. INTERPRETAZIONE A LIVELLO DENOTATIVO E CONNOTATIVO       
“Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, diceva Blaise Pascal, forse memore di due tra i più suggestivi miti riguardanti Eros: Eros e Psyche ed Eros-Thanatos.

In ambedue è palese la forza dell’antinomia, della contrapposizione. Nella stessa valenza e sempre restando nella classicità, ancora echeggiano simbolicamente ed emblematicamente i versi del carme 85 di C.Valerio Catullo: “Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris?//Nescio, sed fieri sentio, et excrucio” (forse mi chi chiedi come io faccia ad odiare ed amare. Non lo so, ma sento che ciò accade. E mi tormento). Tormento che è ben presente nei versi di Taliana, la quale non ci pensa neppure un po’ a celare il dolore delle ferite, anzi le ostenta con orgoglio, quasi fossero dei cimeli, dei serti di alloro ed anche offerte votive cruente sull’altare dell’Amore (“a” rigorosamente maiuscola), più relegato, tuttavia, tra le ombre dei lotofagi che fornito di  fisionomia, che lo renda almeno identificabile in un uomo.

2.1  LETTURA DENOTATIVA                 
Torno al concetto di Attilio Mormigliano,  “leggere è scoprire la poesia”, eccetera.                            Più che giusto, solo che al lettore (al fruitore delle arti in genere) bisogna pure che “qualcuno”  fornisca adeguati strumenti decodificativi euristici e, dunque, interpretativi.
Tra questi, come dicevo, molto utile è una lettura ad hoc, che tenga conto di  due piani: denotativo e connotativo.
Faccio due esempi. Sotto ogni quadro (nelle mostre, nelle gallerie, nei musei e altrove, ovvero figurante su una pagina stampata) c’è sempre un rettangolino che contiene questi dati identificativi (denotativi): autore, titolo dell’opera, anno di realizzazione, dimensioni (espresse in centimetri), tecnica usata (olio, tempera, mista, acquerello...), materiale (tela, legno, compensato, altro) ed, eventualmente, la collezione (pubblica o privata) e la sua ubicazione.        
Altro esempio può essere una fotografia pubblicata su un giornale, sotto la quale la redazione ha collocato una didascalia, rimandando per ogni altro elemento all’articolo (cioè alla lettura “connotativa”).
Quali elementi denotativi coglie il critico nelle poesie di Taliana? Almeno quattro:
=2.1.1 : i titoli, tutti scelti in modo molto mirato;
=2.1.2 : le citazioni, messe qua e là con disinvoltura, quasi con nonchalance, ma comunque presenti con tutta la loro valenza di ammiccamenti ed evocazioni. Eccone alcune: “Se” (Kipling:16); “Parole, parole, parole – cosa sei” (celeberrima canzone-duetto Mina e Alberto Lupo (in “io e te” p.18); “la luna – i falò” pavesiani (in “Un lungo viaggio” p.19);
=2.1.3 :la suggestione della musica, con riferimenti consci ed inconsci all’ ”arte della fuga” ed alla “suite” (“Ritmo”, 34 ; “Inesorabilmente” 8; “Ti chiamerò”, 26) di cui dobbiamo essere grati a o ad Haendel o, soprattutto, a Bach;
=2.1.4 :le antinomie, vere “farina e lievito” della cinquantina di composizioni di “Spicchi e specchi”.
Esemplificando (tornerò più diffusamente su questo aspetto nella lettura connotativa), “Sono stata” (p.40); “Ho ascoltato” (p.28), dove il dualismo è tra scienza (ovvero, la materia, quella che Aristotele chiamava hylé) e pensiero (il nous dei greci). Altrove la contrapposizione assumerà connotati di bene-male, realtà-utopia, immanenza-trascendenza, potenza-atto e simili. Le antinomie non sempre sono chiaramente espresse.

2.2 LETTURA CONNOTATIVA   
Ho appena detto che grazie a questo “piano” di interpretazione il lettore verrà sia a completare quanto appreso dagli elementi denotativi, sia  a comprendere appieno la personalità dello scrittore attraverso i suoi “connotati” (stilistici, estetici, culturali, storici, personali, eccetera).

                          Quello che di Taliana maggiormente interessa il critico è la sua “vocazione” antinomica. Solo ad evocare questo concetto mi viene in mente l’Ecclesiaste  detto anche  Qohelet,           
che al capitolo 3 propone al lettore una vera e propria summa di antinomie:  “Ogni cosa ha il suo momento e ogni faccenda ha il suo tempo sotto il cielo : tempo di rinascere, tempo di morire; tempo di piantare e tempo di raccogliere; tempo di uccidere e tempo di guarire …”.
Secondo la mente saggia dell’autore Salomone [o addirittura dell’autrice, come farebbe supporre una più esatta lettura del verbo “nascere” (3.3) che invece è “partorire”],le antinomie hanno la valenza di mettere in risalto tanto la imponderabilità delle azioni umane, quanto l’ineluttabilità della volontà che preesiste all’uomo.
L’uomo è ad un tempo un unicum ed un doppio e, forse, non è nemmeno vantaggioso andare ad analizzare questa strana natura in termini dicotomici (bene –male, amore-odio, interesse-noncuranza, eccetera) come sembra voler fare Taliana, probabilmente affascinata (chi, del resto, non lo è?) dal pensiero di Nietzsche su “dionisiaco-apollineo” .
Anziché pensare alla volontà di potenza, al nichilismo e alla costruzione di un  oltreuomo (uebermensch), io continuo a suggerire di ispirarsi a Michelangelo.
Anche lo stile ne trarrà giovamento: maggiore incisività, che si unisce ad una ricerca di concretezza come impegno morale e “servizio” reso al lettore. Quando si parla di amore è di lieve momento scriverlo con la maiuscola piuttosto che con la minuscola: è fondamentale, invece, farsi interprete di un comune sentire, certamente non gnomico né moraleggiante, ma franco ed onesto, sì. Non dimentichiamo che l’intellettuale “ha” degli obblighi nei confronti della collettività. Se tutto, poi, viene espresso con minore enfasi (le locomotive, i tamburi, le vene, i sudori, una certa qual sovrabbondanza di materialità fisica e fisiologica, le vivisezioni di questo o quell’episodio amoroso che non credo ingentiliscano, “disvelino” la bellezza) e con maggiore riservatezza, anche gli stilemi diverranno meno aspri, duri, decisi, talvolta senza appello ed anche meno ripetitivi.

CONCLUSIONE
Amerei che Taliana leggesse con molta attenzione e con spirito di filiale condiscendenza queste mie espressioni, così come rinnovo l’auspicio che le sue creazioni non vengano lette (e, forse, neppure scritte) “tutte d’un fiato” : sarebbe un grave errore ed un pessimo suggerimento per la loro interpretazione. Le poesie vanno lette “gustandole” in armonia con il proprio stato d’animo. L’uomo non è un monolito: è una fragile creatura le cui sensazioni cambiano continuamente anche nel corso di una sola giornata…
Vorrei chiedere a Daniela Taliana di essere più “pittrice” proprio nella tecnica dell’acquerello, che ha il dono dell’efficacia pur usando espressioni cromatiche aliene dalla violenza. Ed infine le chiederei di ri-scivere “Tu sei” pensando ai miei suggerimenti (meno “effimero”, più “classicità” ed alla pensosa, dolorosa riflessione di Theodor Adorno: “Dopo Auschwitz com’è possibile fare poesia?”.

Aldo G. Jatosti *