10 piccoli Indiani (come vivere una vita avventurosa, per caso) è una raccolta di racconti brevi nei quali la protagonista casualmente inciampa in una serie di situazioni complesse, che con un pò di fantasia, ottimismo e entusiasmo tramuta nella sua testa in vere e proprie avventure, danno colore alla sua quotidianità.  Un romanzo leggero, autobiografico, che si presenta al pubblico come un simpatico indirizzo per prendere la vita meno sul serio.  Buona Lettura

 

 

 

6 Capitolo

Missione in Libia

Erano ormai 5 anni che lavoravo presso una società di Geofisica a mare e visto le mie esperienze pregresse presso gli Enti di Ricerca,  mi aspettavo di poter andare a bordo di navi da lavoro in qualità di geologa.  Il fatto di essere donna trasmetteva però inaffidibilità e inadeguatezza, dato che il settore era prettamente maschile. 

Un giorno invece  si presentò l’occasione che avevo tanto atteso. Era in partenza una missione in acque libiche e c’era bisogno di un geologo a bordo.  I miei colleghi erano tutti impegnati e la società non aveva alternativa.

C’era solo un piccolo problema...essendo nata a Tripoli, in caso di necessità non mi avrebbero potuto sbarcare in terra libica...

Perchè mai ci sarebbe stata la necessità?  Mi feci coraggio e affrontai la missione con ottimismo ed entusiasmo.

La direzione aziendale mi prospettò una situazione logistica degna della presenza di una donna a bordo, con cabina singola e comodità.  Presi l’aereo felice di tornare finalmente a lavorare in nave.  Dopo un volo aereo e 2 ore di viaggio in taxi, arrivai al porto di Pozzallo. 

La squadra era già sul posto da qualche giorno e stava allestendo la nave con la strumentazione necessaria per eseguire un survey geofisico per l’installazione di alcuni nuovi pozzi petroliferi.

La nave non era certo quella di un istituto di ricerca, ma sapevo cosa stavo affrontando e il mio senso pratico e la passione me la fecero vedere adeguata all’occasione...unica presenza scomoda...gli scarafaggi che mi vennero incontro spavaldi dalla prima visita in sala pranzo.  Mi venne un brivido lungo la schiena ma ostentai un sorriso a 36 denti al collega imbarazzato.

Ma il tour non era finito ed altre novità mi attendevano.

Seconda tappa, la cabina.  Qui il collega era vistosamente più imbarazzato della visita in cucina.

L’unica cabina singola disponibile era stata occupata con arroganza dal capo missione ed era rimasta una cuccetta libera in una cabina da 4 posti  con un bagno in comune ad  altri 7 colleghi.

La nave salpò di li a poche ore, giusto in tempo per orientarmi.

I colleghi italiani erano tutti gentili, l’equipaggio balcano  imbarazzato dalla mia presenza e i due tecnici inglesi alquanto indifferenti.

Arrivammo in nottata in area di lavoro. Le uniche luci erano quelle delle fiaccole del campo di piattaforme petrolifere di fronte a Tripoli.  Un’emozione incredibile.  Torri d’acciaio si stagliavano a circa 30m dal livello del mare, rendendo il paesaggio incredibilmente affascinante.

Il lavoro iniziò senza problemi.  L’attrezzatura venne messa a mare dai tecnici e marinai, mentre io ero in trepida attesa dei primi dati registrati.

Nel frattempo alcuni colleghi fuori turno, mi invitarono nella saletta TV a vedere un film.  Tra le cassette VHS disponibili, scartando i film pornografici (il 90%), la più accettabile era “SHOWGIRL”, uno scadente film erotico e violento anni 90.  Non potendo rifiutare più l’invito, mi misi seduta vicino alla porta.

Nella saletta TV, solo due colleghi e due uomini dell’equipaggio, fino al momento clue del film, nel quale si svolgeva una scena di sesso spinto in piscina...l’imbarazzo era nell’aria, ma esplose solo quando entrarono anche il capo missione italiano e il cliente arabo che mi cercavano per farmi apprezzare la qualità dei primi dati.....il silenzio del cliente arabo faceva più rumore del televisore.  Io guardavo gli avventori e loro guardavano oltre le mie spalle, il luogo dove si perpetrava la scena di sesso...avrei voluto dissolvermi ed invece ero li.

Dopo il primo incontro tutto sommato negativo con il cliente, cercai di risalire la china sfoderando tutte le mie conoscenze in geologia marina, fino al momento in cui mi lasciai sfuggire la località della mia provenienza: Tripoli, Libia.

Era di Tripoli anche lui.  La notizia ebbe un effetto positivo grazie ai miei avi non molto colonizzatori quanto benefattori nella memoria di un libico di media borghesia oppresso dalle leggi di Gheddafi.  Fu la mia fortuna. Rispetto e consensi prevalsero.

I giorni passavano e così anche le lunghe notti.  Quello che non dimenticherò mai di quell’ avventura fu il colore del mare.  Rimanevo momenti infiniti ad ammirare i giochi di luce che ne derivavano.  Per fissarlo nella memoria lo avevo associato al colore blu dell’inchiostro pelikan per stilografica, con il quale avevo imparato a scrivere alle elementari.  Un blu intenso che assomigliava anche allo sfondo dell’orologio che mi aveva regalato Giancarlo prima di partire. Pensavo anche alle parole di mia madre, mio padre e dei miei nonni che mi raccontavano a modo loro il mare di Tripoli come unico al mondo.... era vero.  Mai visto un colore del genere.  A volte mi sembrava quasi viola scuro.

Un giorno a mensa, scartando tutto quello che poteva essere passato sotto le zampe di uno scarafaggio, mi cadde l’occhio sulla data di scadenza stampata sulla scatola di latta dei biscotti.  Erano scaduti da una settimana.  Ma come era possibile? Il cuoco aveva riempito la cambusa nel porto siciliano...

Di li indagai meglio e notai che tutti i prodotti erano in via di scadenza e non erano neanche italiani.  Diffusi la notizia tra i colleghi.  Erano passate un paio di settimane dall’inizio delle operazioni e tutto questo era molto strano...ma era solo l’inizio.

Cercavo di non perdere l’entusiasmo e l’ottimismo, ma la stanchezza era alle porte e l’avventura si faceva sempre più intensa.

Una mattina, dopo aver aspettato il mio turno per il bagno, entrando come sempre vestita e con scarponi per evitare il contatto con tutto ciò che galleggiava sul pavimento, mi spogliai e aprii il rubinetto della doccia. Dopo aver sentito un rumore strano, come un ribbollir di pentola, mi ritrovai coperta da testa a piedi da una melma verdognola che puzzava di pesce.  Balzai fuori dalla doccia come un gatto.  Cercai di placarmi e di trovare una soluzione. Feci scorrere l’acqua e quando assunze un colore accettabile, cercai di sciacquarmi...questa situazione si ripropose nel lavandino...e nel water ...stava finendo l’acqua dei cassoni  e i dissalatori avevano i filtri ostruiti dalle alghe...un disatro.

La trentina di uomini di equipaggio non fece una piega alla notizia, mentre i mie colleghi, compresi gli inglesi si allarmarono.  Eravamo a circa metà del lavoro con dei seri problemi di sopravvivenza.  Il comandante ci fece distribuire acqua minerale per lavarci i denti e qualche altra cosa...mentre dalla cucina usciva sempre lo stesso menu.

Non potevo mollare.  Avevo gli occhi del capo missione addosso.  Era l’unico veramente infastidito della mia presenza a bordo. Un maschilista eccentrico che aspettava il mio tracollo per giustificare il suo complesso di inferiorità nei confronti della donne.

I mie colleghi invece sempre gentili e premurosi.  Alcuni di loro si sono anche confidati durante le pause tra i turni lavorativi. 

La sera aspettavo, fumando una sigaretta, fuori dal container adibito a dormitorio per permettere ai ragazzi di mettersi a letto.  Ero sempre l’ultima ad entrare. Le abajours delle cuccette chiuse da tendine, illuminavano il mio percorso.  La mia cuccetta era fortunatamente al piano inferiore.  Entravo vestita e mi mettevo il pigiama sotto le coperte per pudore e crollavo dalla stanchezza ripetendomi che stavo compiendo un’esperienza unica e che anche se non lo sapeva nessuno, ero la prima donna imbarcata su di una nave da lavoro in Italia. Era l’estate del 1997.

Ma aimè il mare perse di colpo il suo aspetto rassicurante. Eravamo a Nord di Tripoli e anche le piattaforme erano ormai all’orizzonte.  Stavamo completando i rilievi sismici sull’ultima area, ma l’Avviso di Burrasca ci colse impreparati.  Nell’arco di poche ore ci trovammo come un guscio di noce in un miscelatore.  Eravamo al centro del Canale di Sicilia con mare da Nord Est. L’equipaggio correva per assicurare l’attrezzatura e al nostro gruppo venne suggerito di rimanere nelle cuccette.  Indossammo i giubbotti di salvataggio e la nave girò la prua verso Malta, visto che Tripoli era inaccessibile.

Furono ore dove neanche la voce voleva uscire. Ad un certo punto mi ricordai di aver lasciato nel container “ufficio”, la mia macchina fotografica.  Non potevo non testimoniare ciò che stava accadendo.  Mi feci coraggio e uscii dal container dormitorio.  Per arrivare in “ufficio” dovevo scendere una rampa di scale e andare verso poppa.  Il mare era bianco, l’aria sferzante.  Il tutto era molto eccitante.  Cercai di tenermi ben salda al corrimano e di non scivolare. Il ponte era allagato e le onde a turno lo ricoprivano.  In certi casi coprivano anche i container alti oltre due metri e mezzo.  Mi sentivo forte e..molto incosciente.

Raggiunsi il container e recuperai la macchina fotografica. Tutto ciò che non era assicurato era per terra.  Usci velocemente rifacendo la strada dell’andata. Rientrai in cabina tutta bagnata.  I colleghi mi ripresero come tanti papà, ma io avevo la mia macchina fotografica.

Furono 36 ore di preoccupazione alternata a paura. Ognuno sdraiato nella propria cuccetta, con il giubbetto di salvataggio,tenendosi ben ancorato ai maniglioni di legno per non cadere.  Ogni tanto qualcuno mugugnava qualcosa per sedare l’ansia, ma raramente qualcun’altro rispondeva.  Quello che mi sorprese fu che la mia paura era la stessa di altri colleghi più “navigati”.  Siamo tutti uguali il giorno del giudizio.  Finalmente arrivammo in porto.  Le acque calme della banchina ci sembravano le acque del Fiume Lete alle porte del Paradiso.  Scendemmo come 15 profughi.  Qualcuno si accucciò sull’asfalto, molti barcollavano dopo essere stati 23 giorni in mare.  Feci una telefonata a casa per rincuorare i miei genitori affinchè non pensassero che ero su una di quelle 2 navi affondate nel Mediterraneo in quelle ore.